Abi prevede Pil 2013 in calo

L’Abi, l’associazione bancaria italiana, ha formulato alcune interessanti previsioni sul futuro dell’economia e della finanza italiana, preannunciando una contrazione del 2,1 per cento nel 2012 e un’ulteriore contrazione nel 2013 per lo 0,6 per cento. Tuttavia, nella seconda parte del prossimo anno il prodotto interno lordo potrebbe riprendere a crescere, per poi puntare al 2014 con una chiusura in territorio positivo, per 0,8 punti percentuali. Rimangono infine elevati i rischi di un rallentamento internazionale.

Per quanto concerne i conti pubblici, il debito italiano salirà al 126 per cento del Pil nel 2012, e rimarrà su tale soglia nel 2013, per poi diminuire di 3 punti percentuali se verranno realizzate dismissioni per l’1 per cento del Pil, ogni anno. In questo modo sarà possibile rispettare il target del pareggio strutturale di bilancio 2013. Ancora, la disoccupazione salirà al 10,8 per cento del Pil nel 2012 (contro l’8,4 per cento del 2011) per un livello stabile nel biennio successivo. Inflazione in rallentamento dal 3,2 per cento del 2012 all’1,3 per cento del 2014.

Per quanto concerne i consumi, l’istituto prevede – come riporta il quotidiano La Repubblica in un suo approfondimento – “diminuiranno del 3,2% nel 2012 e dell’1% nel 2013 a causa della peggiore contrazione del reddito disponibile dal 1993 (-3,6% in termini reali nel 2012). Gli investimenti si ridurranno, invece, dell’8% nel 2012 e nel 2013 saranno leggermente negativi per poi risalire del 2,2% nel 2014. In particolare nelle costruzioni il calo sarà del 5,6% nel 2012 e del 3,2% nel 2013, con un proseguimento del trend negativo in atto da sei anni” (vedi anche Nuove critice della Bundesbank per i soldi “facili” della BCE).

Infine, l’Abi afferma che i miglioramenti degli spread “non risultano ancora sufficienti a rendere le banche italiane indipendenti dal finanziamento della Bce, soprattutto a causa del negativo andamento della raccolta sull’estero”, mentre l’allentamento delle tensioni sui mercati finanziari sarebbero riconducibili al “risultato della decisa azione da parte della Bce” e non tanto “dell’apprezzamento generale delle politiche” nazionali e comunitarie.

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