Essere cittadini europei: di cosa si occupa l’Unione Europea
L’Unione europea interviene in numerosi settori (economico, sociale, normativo e finanziario) in cui la sua azione va a beneficio degli Stati membri: politiche di solidarietà (le cosiddette politiche di coesione) in ambito regionale, agricolo e sociale; politiche di innovazione, che favoriscono il ricorso a tecnologie di punta in settori quali la protezione dell’ambiente, la ricerca e lo sviluppo (R&S) e l’energia.
L’Unione finanzia tali politiche grazie a un bilancio annuale di oltre 120 miliardi di euro, cui contribuiscono principalmente gli Stati membri. Si tratta di un bilancio modesto rispetto alla ricchezza complessiva dell’UE, in quanto rappresenta al massimo l’1,24% del reddito nazionale lordo della totalità degli Stati membri.
LE POLITICHE DI SOLIDARIETA’
Le politiche di solidarietà hanno principalmente lo scopo di accompagnare il completamento del mercato unico (vedi il capitolo 6 “Il mercato unico”), oltre a quello di correggere gli eventuali squilibri mediante misure strutturali a sostegno delle regioni arretrate o dei settori industriali in difficoltà. L’esigenza di una solidarietà fra gli Stati membri e le regioni è diventata ancora più pressante dopo il recente ingresso nell’UE di 12 nuovi paesi con un reddito notevolmente inferiore alla media dell’Unione. L’UE deve inoltre contribuire al recupero di settori economici gravemente colpiti da una concorrenza internazionale in rapida crescita.
Aiuti a finalità regionale
La politica regionale dell’UE si basa su trasferimenti di fondi dai paesi ricchi a quelli più poveri. Le somme stanziate sono destinate allo sviluppo delle regioni arretrate, alla riconversione di zone industriali in declino, all’inserimento professionale dei disoccupati di lunga durata e dei giovani, alla modernizzazione delle strutture agricole e allo sviluppo delle regioni rurali sfavorite. Gli stanziamenti assegnati alle attività regionali nel bilancio 2007-13 sono finalizzati ai seguenti tre obiettivi.
Convergenza. L’obiettivo è quello di aiutare i paesi e le regioni più arretrati a recuperare rapidamente il ritardo rispetto alla media dell’UE grazie al miglioramento delle condizioni di crescita e di occupazione. Gli investimenti riguardano il capitale fisico e umano, l’innovazione, la società della conoscenza, l’adeguamento ai cambiamenti, l’ambiente e l’efficienza amministrativa.
Competitività regionale e occupazione. L’obiettivo è quello di accrescere la competitività, l’occupazione e l’attrattiva delle regioni, al di fuori di quelle più arretrate, anticipando i cambiamenti economici e sociali e promuovendo l’innovazione, l’imprenditorialità, la protezione dell’ambiente, l’accessibilità, l’adattabilità e lo sviluppo di mercati del lavoro inclusivi.
Cooperazione territoriale europea. Questo nuovo obiettivo mira a rafforzare la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale e a trovare soluzioni comuni ai problemi condivisi da enti limitrofi in ambiti quali lo sviluppo urbano, rurale e costiero, lo sviluppo di relazioni economiche e la creazione di reti di piccole e medie imprese (PMI).
Tali obiettivi saranno finanziati da Fondi specifici dell’UE, che completano o stimolano gli investimenti del settore privato, dei governi nazionali e delle regioni: i Fondi strutturali e il Fondo di coesione.
Il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) è il primo Fondo strutturale ed è destinato a rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale riducendo le disparità fra le regioni e sostenendo lo sviluppo e l’adeguamento strutturale delle economie regionali, anche attraverso la riconversione delle regioni industriali in declino.
Il Fondo sociale europeo (FSE) , che è il secondo Fondo strutturale, finanzia iniziative di formazione professionale e la creazione di posti di lavoro.
Ai Fondi strutturali si aggiunge il Fondo di coesione, che finanzia infrastrutture nel settore dei trasporti e progetti ambientali nei paesi dell’UE in cui il prodotto interno lordo pro capite è inferiore al 90% della media europea.
La Politica agricola comune (PAC)
Gli obiettivi della PAC, fissati dal trattato di Roma del 1957 sono stati ampiamente realizzati: garantire un tenore di vita equo alla popolazione agricola, stabilizzare i mercati, assicurare prezzi ragionevoli nelle consegne ai consumatori, modernizzare le infrastrutture agricole. Altri principi attuati nel corso del tempo hanno dato ottimi risultati. I consumatori possono contare su approvvigionamenti sicuri e su prezzi stabili, al riparo dalle fluttuazioni che investono il mercato mondiale. La PAC è stata però vittima del suo stesso successo: la produzione è aumentata assai più velocemente dei consumi, il che ha generato notevoli costi a carico del bilancio dell’Unione. È stato quindi necessario ridefinire la politica agricola e la riforma della PAC sta cominciando a dare i suoi frutti: la produzione è stata contenuta e gli agricoltori vengono incoraggiati ad utilizzare pratiche agricole sostenibili che proteggano l’ambiente e il paesaggio e contribuiscano a migliorare la qualità e la sicurezza dei prodotti alimentari.
I prodotti che mangiamo: la qualità è altrettanto importante della quantità. Il mondo agricolo ha ora il compito di garantire un certo livello di attività economica in ogni territorio rurale e di mantenere la diversità dei paesaggi europei. Tale diversità e il riconoscimento di uno “stile di vita rurale”, in cui gli uomini vivono in armonia con il territorio, costituiscono una parte importante dell’identità europea.
L’Unione europea chiede che l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) attribuisca maggiore rilevanza alla qualità dell’alimentazione, al principio di precauzione e al benessere degli animali. L’Unione ha inoltre avviato una riforma della politica della pesca intesa a ridurre le sovraccapacità della flotta peschereccia, proteggere le risorse ittiche e fornire un sostegno finanziario a quanti abbandonano il settore per riciclarsi in altre attività.
La dimensione sociale
La politica sociale dell’Unione intende correggere gli squilibri più manifesti presenti nella società europea. Il Fondo sociale europeo (FSE) è stato istituito nel 1961 per favorire la creazione di posti di lavoro e migliorare le possibilità di occupazione dei lavoratori, promuovendone la mobilità professionale e geografica. Il sostegno finanziario non è tuttavia l’unico strumento di cui dispone l’Unione europea per migliorare le condizioni sociali. Da solo non basterebbe a risolvere tutti i problemi legati alla recessione e al ritardo di alcune regioni. Gli effetti dinamici della crescita devono innanzitutto incoraggiare il progresso sociale, che deve andare di pari passo con una legislazione intesa a garantire una base minima di diritti. Alcuni di questi diritti, come il diritto alla parità di retribuzione fra uomini e donne per lo stesso lavoro, sono sanciti dai trattati, mentre altri sono stabiliti dalle direttive sulla protezione dei lavoratori (salute e sicurezza sul luogo di lavoro) e sulle norme essenziali di sicurezza.
Nel 1991 il Consiglio europeo di Maastricht ha adottato la Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali , che definisce i diritti di cui devono beneficiare tutti i lavoratori dell’UE: libera circolazione, equa retribuzione, miglioramento delle condizioni di lavoro, protezione sociale, diritto di associarsi e di negoziare collettivamente, diritto alla formazione professionale, parità di trattamento tra uomini e donne, informazione, consultazione e partecipazione, sicurezza e igiene sul lavoro, tutela dei bambini, degli anziani e delle persone portatrici di handicap. Nel giugno 1997 ad Amsterdam, la Carta è stata integrata al trattato ed è ora applicabile in tutti gli Stati membri.
POLITICHE DI INNOVAZIONE
Le attività dell’Unione incidono sulla vita quotidiana dei cittadini europei affrontando le sfide poste dalla società moderna: protezione dell’ambiente, salute, innovazione tecnologica, energia ecc.
Ambiente e sviluppo sostenibile
La pietra angolare dell’azione dell’UE in campo ambientale è il programma d’azione “Ambiente 2010: il nostro futuro, la nostra scelta”, che copre il periodo dal 2001 al 2010 e sottolinea la necessità di:
* prevenire e rallentare i cambiamenti climatici e il riscaldamento planetario;
* proteggere gli habitat naturali, la fauna e la flora selvatiche;
* affrontare i problemi legati all’ambiente e alla salute;
* preservare le risorse naturali e gestire efficacemente i rifiuti.
Nel periodo oggetto di questo programma e dei cinque programmi che lo hanno preceduto, e in più di trent’anni di attività di normazione, l’UE ha elaborato un sistema generale di protezione dell’ambiente.
I problemi affrontati sono estremamente vari: inquinamento acustico, rifiuti, protezione degli habitat naturali, gas di scarico, prodotti chimici, incidenti industriali, qualità delle acque di balneazione e creazione di una rete europea di informazione e assistenza per le situazioni di emergenza, che interviene in caso di catastrofi ecologiche come le maree nere o gli incendi forestali.
Più di recente un piano d’azione per l’ambiente e la salute, adottato per il periodo 2004-2010, affronta le preoccupazioni per gli effetti dell’inquinamento sulla salute e stabilisce un legame fra salute, ambiente e politica di ricerca.
Lo sfruttamento delle risorse energetiche naturali del pianeta è un modo per combattere i cambiamenti climatici.
La normativa europea garantisce lo stesso livello di protezione in tutta l’Unione, ma è sufficientemente flessibile da tenere conto delle circostanze locali. Essa è inoltre regolarmente aggiornata: è stato deciso, ad esempio, di rielaborare la legislazione relativa alle sostanze chimiche e di sostituire le vecchie norme, elaborate in maniera frammentaria, con un unico sistema di registrazione, valutazione e autorizzazione di tali sostanze (REACH ).
Questo sistema si fonda su una base dati centrale che sarà gestita dalla nuova Agenzia europea delle sostanze chimiche, con sede a Helsinki. L’obiettivo è quello di evitare la contaminazione dell’aria, delle acque, del suolo e degli edifici, preservare la biodiversità e migliorare la salute e la sicurezza dei cittadini europei senza incidere sulla concorrenzialità dell’industria europea.
L’innovazione tecnologica
I fondatori dell’Unione europea avevano intuito che l’Europa, per garantire la prosperità del proprio futuro, doveva conseguire e mantenere una posizione di leader mondiale nel settore tecnologico. Consapevoli degli enormi vantaggi derivanti da una ricerca comune europea, nel 1958 affiancarono alla CEE la Comunità europea per l’energia atomica (Euratom) destinata alla gestione comune dell’energia atomica ad uso civile e dotata di un proprio centro di ricerca. Il Centro comune di ricerca (CCR ) comprende nove istituti in quattro diversi siti: Ispra (Italia), Karlsruhe (Germania), Petten (Paesi Bassi) e Geel (Belgio).
Con l’accelerarsi della corsa all’innovazione, la ricerca europea ha dovuto diversificarsi e avvalersi del lavoro di una grande varietà di scienziati e ricercatori, trovando nuovi strumenti per finanziare le loro attività di ricerca e moltiplicando le applicazioni industriali.
La ricerca comune a livello dell’Unione europea è destinata a completare i programmi di ricerca nazionali e favorisce i progetti che riuniscono più laboratori in vari Stati membri. Essa sostiene inoltre attività di ricerca fondamentale in settori quali la fusione termonucleare controllata (una fonte di energia potenzialmente inesauribile per il XXI secolo) e promuove la ricerca e lo sviluppo tecnologico in settori industriali chiave come l’elettronica e l’informatica, sottoposti alla pressione di una forte concorrenza internazionale.
La ricerca stimola la crescita economica.
I programmi quadro sono il principale strumento di finanziamento della ricerca europea. Il settimo programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico copre il periodo compreso fra il 2007 e il 2013. Gli oltre 50 miliardi di euro del suo bilancio saranno in gran parte destinati a settori quali la salute, l’alimentazione e l’agricoltura, le tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni, le nanoscienze, l’energia, l’ambiente, i trasporti, la sicurezza, lo spazio e le scienze socioeconomiche. Altri programmi valorizzeranno le idee, il personale e le competenze, grazie ad attività di ricerca alle frontiere della conoscenza, al sostegno offerto ai ricercatori e allo sviluppo delle loro carriere nonché alla cooperazione internazionale.
Energia
I combustibili fossili (petrolio, gas naturale e carbone) rappresentano l’80% del consumo energetico dell’UE. Una parte importante e in crescita di tali combustibili fossili proviene dai paesi extracomunitari. La dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio, attualmente pari al 50%, potrebbe raggiungere il 70% entro il 2030. L’Unione diventerà quindi più vulnerabile di fronte a eventuali problemi di approvvigionamento o aumenti di prezzi provocati dalle crisi internazionali. Ma l’Unione deve ridurre il suo consumo di combustibili fossili anche per invertire la tendenza al riscaldamento globale.
In futuro sarà necessario combinare vari elementi: risparmiare energia utilizzandola in maniera più intelligente, sviluppare fonti energetiche alternative (soprattutto le energie rinnovabili in Europa) e rafforzare la cooperazione internazionale. Il consumo energetico potrebbe diminuire di un quinto entro il 2020 modificando il comportamento dei consumatori e utilizzando tecnologie in grado di migliorare l’efficienza energetica.
IL BILANCIO DELL’EUROPA
Per finanziare le sue politiche l’Unione europea dispone di un bilancio annuale che ammonta a oltre 120 miliardi di euro. Questo bilancio è finanziato dalle risorse proprie dell’UE, le quali non possono superare la percentuale dell’1,24% del reddito nazionale lordo della totalità degli Stati membri.
Tali risorse provengono principalmente:
* dai dazi doganali sui prodotti importati dall’esterno, compresi i prelievi agricoli;
* da una parte dell’imposta sul valore aggiunto applicata ai beni e ai servizi in tutta l’UE;
* dai contributi versati dagli Stati membri in funzione dei rispettivi redditi.
Ogni bilancio annuale rientra nel quadro di prospettive finanziarie programmate per un periodo di sette anni. Le prospettive finanziarie vengono elaborate dalla Commissione europea e devono essere approvate all’unanimità dagli Stati membri, dopo negoziazione e accordo del Parlamento europeo. Per il periodo 2007-2013 le prospettive finanziarie ammontano a 864,4 miliardi di euro.
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