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  • 06
  • set
  • 2010

Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro: uno strumento a tutela dei lavoratori

Di isayblog4, in Economia e Lavoro.

Contratto-Collettivo-Nazionale-del-Lavoro-uno-strumento-a-tutela-dei-lavoratoriNel diritto italiano, il contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) è il contratto stipulato a livello nazionale con cui le organizzazioni rappresentative dei lavoratori e le associazioni dei datori di lavoro (o un singolo datore) predeterminano congiuntamente la disciplina dei rapporti individuali di lavoro (c.d. parte normativa) ed alcuni aspetti dei loro rapporti reciproci (c.d. parte obbligatoria).
Nel settore del pubblico impiego è stipulato tra le rappresentanze sindacali dei lavoratori e l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN), che rappresenta per legge l’Amministrazione Pubblica nella contrattazione collettiva. La banca dati ufficiale è tenuta dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), che gestisce tra l’altro un archivio elettronico di tutti i CCNL (correnti e passati) liberamente scaricabili in formato .rtf.

LA STORIA DEL CCNL
Prima degli anni ’60 il sistema di relazioni industriali del nostro paese era centralizzato e prevalentemente di matrice politica, e questa è stata la causa principale di una contrattazione collettiva debole e statica. La posizione dominante spettava ai contratti nazionali stipulati dai vertici del sindacalismo confederale che hanno così fissato quote minime contributive e gabbie salariali a livello nazionale lasciando così pochissimo spazio di intervento ai livelli inferiori di contrattazione collettiva, rappresentati dai contratti collettivi di categoria e aziendali.

Il boom economico degli anni ’60 conferisce maggior peso ed incisività ai lavoratori e dunque ai loro sindacati, favorendo una progressiva decentralizzazione del sistema sindacale italiano e dunque della contrattazione collettiva. Assumono mediocre importanza le contrattazioni collettive di categoria ed aziendali, nei confronti delle quali il contratto nazionale di livello confederale opera una deroga ancora parziale per quanto riguarda i contenuti e i soggetti titolari alla loro stipulazione (possono concludere tali contratti solo i sindacati provinciali di categoria e non le Rappresentanze Sindacali Aziendali).

L’incisività dei sindacati italiani sul sistema di relazioni industriali del nostro paese raggiunge il suo culmine nel “biennio di lotta” 1968-1970 e questo spiega perché la prima metà degli anni ’70 rappresentino il periodo di minore istituzionalizzazione (i vari livelli di contrattazione collettiva si prefigurano autonomi ed indipendenti gli uni dagli altri) e di massimo decentramento (la funzione trainante delle relazioni industriali viene svolta dalla contrattazione collettiva aziendale). Si può capire dunque perché il periodo risulti caratterizzato anche da una forte bipolarità: la contrattazione collettiva nazionale di categoria non perde infatti il proprio fondamentale ruolo ma diventa strumento di estensione a livello nazionale delle innovazioni introdotte dai vari contratti collettivi aziendali.

La profonda crisi economica nazionale ed internazionale porta lo Stato ad un maggiore interventismo nel settore delle relazioni industriali e alla creazione del meccanismo del c.d. “scambio sociale”, in cui lo Stato usa i mezzi di cui può disporre (concessione di agevolazioni fiscali agli imprenditori e promessa di una legislazione di sostegno ai sindacati) per incentivare i sindacati dei lavoratori e dei datori a cooperare, riducendo al minimo il conflitto tra loro, per aiutare il Paese a superare il difficile momento di crisi. Questo comporta un progressivo riaccentramento del sistema sindacale ed un contemporaneo rovesciamento degli equilibri delle relazioni industriali: la funzione trainante spetta ora agli accordi c.d. trilaterali (sindacati dei lavoratori, degli imprenditori ed istituzioni pubbliche) e la contrattazione collettiva aziendale, pur non perdendo il suo ruolo-chiave, è costretta a porsi principalmente come contrattazione difensiva.

La ripresa dopo la crisi e la rapidissima innovazione tecnologica portano il sistema delle relazioni industriali verso un nuovo decentramento, il quale si configura come una delle principali cause della debolezza sindacale: la contrattazione collettiva infatti, oltre a porsi obiettivi sempre più difensivi, riduce il proprio ambito e la propria efficacia.

La necessità di risanare il debito pubblico del Paese e di allinearsi ai requisiti richiesti dall’ UE per diventare paese membro dell’Euro portano il paese verso un progressivo riaccentramento delle relazioni industriali e verso quella che viene definita ed istituzionalizzata nel Protocollo del 23 luglio 1993 come “concertazione sociale”, sistema di collaborazione tra maggiori confederazioni sindacali e Governo che prevede una sempre più ampia partecipazione dei primi alle decisioni di politica macro-economica di quest’ultimo. Consacrato anche dal c.d. Patto di Natale del 1998 (introduttivo dei principi di “legislazione negoziata” e consultazione obbligatoria ma non vincolante”) il nuovo equilibrio di relazioni industriali prefigura un doppio livello di contrattuale in cui la definizione di ambiti, tempi, modalità di articolazione, materie ed istituti del contratto collettivo aziendale sono predeterminati dal contratto collettivo nazionale di categoria.

CONCERTAZIONE E DIALOGO SOCIALE
L’evoluzione del nostro sistema contrattuale e di relazioni industriali si presenta difficilmente decifrabile in prospettiva futura: se da un lato sarebbe augurabile un ridimensionamento del ruolo del contratto nazionale in favore di una valorizzazione della contrattazione aziendale, i Patti per l’Italia del 2002, sostituendo la concertazione con il meno incisivo “dialogo sociale”, hanno trasferito i rapporti confederazioni sindacali-Stato su un piano più specifico confinando però il ruolo dei primi nell’ambito dei pareri e delle raccomandazioni: questo ha portato parte della dottrina a ravvisare un indebolimento delle organizzazioni sindacali sul piano dei rapporti tra legge e contratto.

LE FINALITA’ DEL CCNL
Le finalità essenziali del contratto collettivo sono quindi:
determinare il contenuto essenziale dei contratti individuali di lavoro in un certo settore (commercio, industria metalmeccanica, industria chimica, ecc.), sia sotto l’aspetto economico (retribuzione, trattamenti di anzianità) che sotto quello normativo (disciplina dell’orario, qualifiche e mansioni, stabilità del rapporto, ecc.).
disciplinare i rapporti (c.d. relazioni industriali) tra i soggetti collettivi.
In Italia, la contrattazione collettiva si svolge a diversi livelli, da quello interconfederale (cui partecipa spesso anche lo Stato, in funzione di mediatore nelle trattative tra le confederazioni dei lavoratori e quelle dei datori) a quello di categoria, a quello locale ed aziendale. I contratti che hanno oggi maggiore rilevanza pratica sono i contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL), conclusi a livello di categoria.

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