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  • 10
  • mar
  • 2010

Cassa integrazione prolungata di sei mesi: le famiglie sempre più in difficoltà

Di isayblog4, in Economia e Lavoro.

Via libera a sei mesi in più di cassa integrazione ordinaria: la commissione Lavoro alla Camera, con un sì bipartisan, ha approvato un emendamento di modifica al testo base sugli ammortizzatori sociali – votato da Pdl, Lega e Pd – che prolunga da 52 a 78 settimane la possibilità di corrispondere la Cassa Integrazione Ordinaria.
Il provvedimento non piace però al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. “L’emendamento approvato in commissione alla Camera non introduce una protezione maggiore del lavoro“.

LA CASSA INTEGRAZIONE
Il ministro sottolinea come “già oggi il sostegno al reddito può essere corrisposto attraverso la cassa integrazione ordinaria, che ora viene conteggiata per giorni e non per settimane con un allungamento di fatto della sua durata; la cassa integrazione straordinaria, che è stata semplificata, riconducendola alla semplice causale della crisi globale; e la possibilità della successiva ”cassa in deroga” senza limiti temporali, e senza causali specifiche di crisi aziendale come pure senza la prefigurazione di esuberi strutturali“. Un pacchetto che di fatto già copre, per il ministro, “ben oltre i 18 mesi ipotizzati dall’emendamento“.

UNA VITTORIA A META’
Soddisfatti a metà invece gli esponenti del Partito Democratico. “Il Pd aveva avanzato la proposta di raddoppiare la durata della Cassa integrazione ordinaria, portandola da 12 a 24 mesi ma la maggioranza ha accolto un prolungamento pari a 6 mesi” spiega Cesare Damiano. ”Si tratta di un primo risultato della battaglia condotta in commissione dal Pd che ha presentato 5 proposte di legge che ora vengono unificate“, dice ancora, spiegando come tra le modifiche ci sia anche quella che prevede che ai lavoratori ancora in attività ma che non ricevono stipendio pur non essendo in cassa integrazione o mobilità, vengano corrisposte le retribuzioni da parte di un fondo presso l’Inps. A questo si aggiunge il miglioramento dell’erogazione delle tutele per i lavoratori a progetto che sono stati licenziati, attualmente corrisposta al 30 per cento della retribuzione dell’anno precedente.

LE DIFFICOLTA’ PER LE FAMIGLIE
Intanto la Cgil lancia l’allarme: l’80% dei lavoratori percepisce un salario sotto i 1500 euro e le famiglie fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese. Da un’indagine ‘on line’ condotta dall’Ires Cgil su un campione di circa 2787 lavoratori, lo stipendio medio percepito ammonta a 1.320 euro anche se tra gli operai, soprattutto per quelli specializzati, scende a 1.030.
Per il 42% delle famiglie intervistate è difficile far quadrare i conti con le risorse a disposizione. Il 26% del campione deve fare sacrifici mentre il 16% non risce ad arrivare a fine mese. Il 24% invece generalmente riesce a fronteggiare le spese ma per il 9% questo avviene solo perche’ vive ancora con la famiglia di origine e per il 25% perche’ puo’ contare sullo stipendio del partner. E nel settore privato si guadagna meno. Sempre secondo l’indagine dell’Ires infatti, mediamente il salario mensile netto e’ inferiore di circa il 17% a quello del settore pubblico, 1.118 contro 1.420 euro. Non sono solo queste le differenze: la busta paga di una lavoratore a termine, infatti, e’ del 28% inferiore di quella di un lavoratore a tempo indeterminato; quella di un lavoratore atipico il 39% in meno. E a livello territoriale nel Sud si guadagna il 27% in meno rispetto ad un lavoratore del Nord.

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